29/08/2025

MY SWEET LAND: L’INFANZIA DENTRO LA STORIA

MY SWEET LAND: L’INFANZIA DENTRO LA STORIA

Al Film Festival della Lessinia arriva “My sweet land”: un documentario che sceglie una via originale: guardare una terra contesa attraverso lo sguardo di un bambino. Un’opera che non spiega: resta vicino a Vrej, alla sua famiglia, alle loro vite.

Piccola premessa necessaria per chi arriva qui senza coordinate chiare: siamo in Artsakh/Nagorno-Karabakh. Regione de iure appartenente all’Azerbaigian; dagli anni Novanta al 2020 amministrata di fatto da autorità di lingua armena non riconosciute a livello internazionale, e nemmeno dall’Armenia, che tuttavia le sosteneva. Nel 2020 scoppia la guerra dei 44 giorni: Baku riporta sotto il proprio controllo gran parte del Nagorno-Karabakh. Il 9 novembre si firma un cessate il fuoco mediato dalla Russia e arrivano peacekeeper russi sul territorio, a garanzia di una tregua effimera. Nel settembre 2023 l’Azerbaigian lancia un’operazione lampo contro le forze dell’Artsakh: seguono resa delle autorità, disarmo, scioglimento delle istituzioni ed esodo quasi totale degli armeni del Karabakh verso lo Stato armeno.

Azza Hourani è una giovane donna giordana, con modi cosmopoliti, che nel suo inglese perfetto sembra padroneggiare contemporaneamente e con assoluta consapevolezza i codici culturali di Oriente e Occidente. È la produttrice di questo lavoro. All’inizio del nostro incontro le ho chiesto come abbiano mantenuto questo baricentro intimo basato sugli occhi di Vrej per tutta l’opera senza trasformare “My sweet land” in un excursus di geopolitica. «Avremmo potuto facilmente trasformare questo film in una struttura geopolitica, con mappe esplicative ed elementi documentali. Ma nel momento in cui inserisci la geopolitica, il film passa a una lente diversa: si allontana dal bambino, dalla sua esperienza. L’idea era di lasciare che fosse Vrej a guidarci». La mappa iniziale è “sua” ed ha la semplicità e l’immediatezza dell’infanzia: «Azerbaigian è qui. Iran è qui. Russia è qui». 

Vrej è un ragazzino curioso che pone e si pone quesiti. Azza mi spiega che «abbiamo scelto lui perché faceva domande. Altri ragazzi andavano subito a giocare alla guerra nei vicoli o nei campi. Vrej non rinuncia al lusso di porsi domande. E, lungo i quattro anni di riprese, si vede: la sua vita non è legata solo alla tragedia; molto gli viene imposto, ma intanto costruisce un proprio orientamento. Nella cruda realtà della guerra, rivendica: voglio essere un dentista».

Da qui l’ambivalenza che attraversa “My sweet land”: il desiderio di un futuro “normale” contro la spinta alla militarizzazione di una società sull’orlo del dissolvimento e l’attaccamento alle proprie radici e alla propria identità locale sono spinte centrifughe che scuotono il bambino. «Se la Repubblica di Artsakh esistesse ancora, mi chiedo se Vrej avrebbe un futuro positivo come quello che oggi intravede attraverso i suoi studi di odontoiatria. Probabilmente sarebbe diventato un soldato.». Vi è una scena in cui è nel salotto di casa e ascolta i suoi genitori mentre commentano le pessime notizie che arrivano dalla linea del fronte e sembra quasi chiedersi silenziosamente: “Morirò o avrò una vita lunga e pacifica?” L’incertezza quotidiana è ferita che traumatizza: non sapere cosa porterà il domani.

La regia lavora in sottrazione. «Assolutamente nulla è stato preparato. Il cuore del film è naturale. Sareen Hairabedian, la regista, è armena, parla la lingua, capisce cosa accade ed è estremamente sensibile: se il padre diceva “oggi niente camera”, lei smetteva subito. Così ha conquistato fiducia, diventando parte della famiglia». La tecnica è paziente: «La camera era spesso puntata anche quando non filmava; col tempo hanno smesso di chiedersi se stessimo girando o no». Dalle «centinaia di ore» di girato è nato «un montaggio di un anno», con il confronto dei coproduttori David Rane e Julie Paratian, per trovare un respiro cinematografico.

Personalmente, la scena che preferisco è quella del ritorno in Karabakh sotto la neve, attraverso un checkpoint russo. In auto si canta una canzone sulla durezza del viaggio. La regista è in auto con loro ma è invisibile: vediamo solo persone che tornano, ridono, cantano, trattengono il fiato davanti ai controlli. Intorno la neve cade copiosa su un paesaggio remoto, al contempo ostile e familiare.

Dopo i premi conquistati ad Amman, il film si è trovato subito a fare i conti con pressioni e censure. La candidatura agli Oscar per la Giordania è stata ritirata e l’opera bandita, e da qui nasce la domanda: che cosa insegna questa vicenda sul legame tra festival, diplomazia culturale e libertà artistica?

Azza risponde senza esitazioni: «Mi ha insegnato molto. Tutto è connesso. La Giordania voleva celebrare il film: la Film Commission ci aveva sostenuto sin dall’inizio, avevamo ricevuto un fondo da loro, poi tre premi ad Amman, ed era stato annunciato come candidatura della Giordania agli Oscar. C’era orgoglio, anche se la storia non era giordana, ma rifletteva somiglianze e familiarità. Poi però è emerso che l’Azerbaigian aveva voce in capitolo, dentro il nostro governo e nelle relazioni diplomatiche. Ci sono state settimane di scambi con la Commissione, guidata da un principe, ma non siamo riusciti a prevalere sulle richieste azere. Era già successo: anche in Palestina, accettati e poi ritirati. L’Azerbaigian fa di tutto per non mostrare il lato armeno, chiedendo sempre: perché non date anche la nostra versione? E nel momento in cui dici ‘Artsakh’, il film viene subito bollato come schierato».

C’è un’altra immagine-chiave: il matrimonio collettivo del 2008. «Il punto di partenza è stato il matrimonio di massa: un’immagine surreale, uno stadio pieno di sposi in una terra piccola, per far nascere bambini. Uno di quei bambini sarà Vrej. Il sacerdote dice: fate figli, fate crescere la terra. Nazione e natalità sono collegate profondamente».

A un certo punto le chiedo del futuro, ricordando ciò che lei stessa aveva detto altrove sulla nonna di Vrej, che trent’anni fa viveva accanto a vicini azeri. La mia domanda è se il film apra a immaginare un ritorno senza conflitti, accettando il cambiamento, o se invece registri la fine di un mondo. Azza risponde distinguendo tra ciò che il film mostra e ciò che pensa lei: «Io credo che la convivenza sia possibile. Ma servono anni di guarigione, e prima di tutto il riconoscimento delle atrocità. Si comincia da lì. Come i tedeschi, che ancora oggi si inchinano alla memoria europea e agli ebrei del mondo».

Nelle battute finali gli dico che il film sembra raccontare la libertà di Vrej di diventare ciò che vuole, e che nel finale sembra riuscirci. Azza annuisce: «D’accordo al cento per cento. Ma adesso lo fai sembrare un film di finzione: ha successo, e la storia finisce lì. In realtà c’è molto di più. Deve superare la tragedia, deve superare il trauma. Deve trovare un posto, e anche gli armeni stessi faticano a integrare chi arriva dall’Artsakh. È un altro film».

“My sweet land” non offre consolazioni: ci chiede di sostituire l’affresco con una biografia. La Storia non è altrove. E il cinema, rinunciando a spiegare tutto, si affida alla forza delle immagini, delle parole, delle vite. In sala resta l’eco di quel ritorno sotto la neve: un’auto piena di voci, il canto che dice quanto sia difficile andare in Karabakh, e una frontiera che si apre per un istante e subito si richiude.

Giovanni Teodori    

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