CANONE EFFIMERO: IL TEMPO LUNGO DELLA MEMORIA

“Canone effimero” è l’ultimo lavoro dei gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio. Presentato alla Berlinale e poi a New York, il film porta lo spettatore in un viaggio attraverso un’Italia nascosta, tra voci, canti strumenti musicali e tradizioni orali che sopravvivono nelle comunità, spesso piccole e marginali, ma ancora vitali. Undici tappe, undici incontri con persone che custodiscono o reinventano un patrimonio fragile e prezioso: polifonie, strumenti costruiti a mano, melodie che hanno attraversato secoli. È un film che non spiega, ma ascolta. Non offre mappe né indicazioni, ma lascia emergere i paesaggi, i volti, i gesti, i suoni.
Per me all’inizio non è stato facile. Guardando “Canone effimero” mi sono trovato davanti a tempi lunghi, dilatati, che chiedevano pazienza. Non era il ritmo a cui sono abituato. Eppure, man mano che lo rivedevo e soprattutto dopo averne parlato con Massimiliano De Serio, quel tempo ha preso un senso. “Il tempo del canto ha dettato il tempo del film”, mi ha detto. Una frase che racchiude molto del progetto.
Il titolo stesso è un ossimoro: canone ed effimero: regola e fragilità: “Ci siamo accorti che stavamo lavorando su tradizioni che hanno canoni solidi, regole precise, ma allo stesso tempo sono fragili, a rischio di estinzione. Per questo i due termini stavano bene insieme”. Tradizioni antiche, spesso riemerse da archivi o da comunità piccole e isolate, che oggi vengono tramandate da pochi, a volte da singoli individui.
Il film è costruito in undici tappe. Non sono localizzate geograficamente sullo schermo: non ci sono cartelli o mappe. È una scelta precisa. “Non volevamo fare un reportage – spiega De Serio – ma un racconto archetipico. Ci siamo mossi partendo dagli studi degli anni Cinquanta di Lomax e Carpitella, poi incontrando etnomusicologi di oggi, e infine le persone, i cantori, i costruttori di strumenti. Abbiamo preparato tutto per più di un anno, e alla fine abbiamo girato in pochi giorni.”
Questo metodo si riflette nella forma. Ogni canto viene filmato nella sua integrità, con piani sequenza lunghi, senza interruzioni. “Abbiamo rispettato i tempi del canto, i tempi dei ricordi delle persone, i tempi del paesaggio. Il paesaggio ha bisogno di tempo, non si può guardarlo in fretta. Per questo le panoramiche lente sui monti o sui paesi equivalgono ai piani fissi sui volti che cantano. È la stessa grammatica”.
Molti di quei volti sono ritratti, nel senso più letterale. Non biografie, non spiegazioni, ma presenza: “Non ci interessava raccontare la vita intera delle persone – dice – ma chiedere quali ricordi volevano far emergere. Il racconto di un oggetto, una fotografia, un canto. Così la loro testimonianza ha lo stesso valore dei paesaggi e dei suoni”. Alcuni protagonisti non ci sono più: tre sono scomparsi dopo le riprese. “Sapere che la loro voce e il loro volto restano nel film ci fa pensare di aver fatto qualcosa di importante anche per la loro memoria”.
Una delle storie più toccanti è quella di Domenico Ciccioli, anziano cantore marchigiano che aveva sempre rifiutato di cantare di fronte alla macchina da presa. Alla terza visita ha cambiato idea: ha intonato un canto delle anime del Purgatorio, durato nove minuti, sforzandosi di ricordare ogni parola. Dopo la sua morte i registi hanno ritrovato negli archivi una registrazione del suo canto fatta negli anni Ottanta e l’hanno inserita nei titoli di coda: un cerchio che si chiude.
Ma “Canone effimero” non è solo memoria degli anziani. In Sicilia, a Capizzi, hanno incontrato Salvatore Fascetto, diciannove anni. Da solo ha recuperato canti di lavoro e di chiesa che erano scomparsi dal paese. Li ha ascoltati nelle registrazioni, li ha imparati e li ha insegnati ai suoi coetanei. Oggi ragazzi di tredici, quattordici anni cantano di nuovo come i loro nonni. È una delle scene che danno più forza al film: la tradizione non come nostalgia, ma come gesto vitale.
Il film è passato a Berlino e a New York. A Berlino la prima assoluta, con 660 persone in sala e repliche sempre esaurite. Al Lincoln Center di New York duecento spettatori hanno ritrovato nelle voci italiane un pezzo delle loro radici. “Molti hanno riconosciuto nei canti qualcosa che apparteneva anche a loro, anche se i legami familiari attraverso lo scorrere delle generazioni erano ormai lontani nel tempo”, racconta De Serio.
Non sono mancate anche esperienze che hanno insegnato i limiti. In Calabria i registi avevano individuato un canto di lavoro da filmare, ma la morte del nonno di un cantore ha portato la comunità intera a fermarsi: per dodici mesi nessuno avrebbe cantato, per rispetto del lutto. “Abbiamo dovuto rinunciare, rimanendo colpiti e affascinati da questo senso del lutto comunitario, atavico, direi quasi omerico”, racconta Massimiliano.
Guardando al futuro, i registi immaginano nuove direzioni. Forse un viaggio nel Mediterraneo, tra Grecia, Balcani, Maghreb. Forse un lavoro sui canti rivoluzionari italiani dell’Ottocento, nati nelle osterie e nei paesi, legati ai moti popolari poi soppressi. Sono idee ancora da esplorare, ma che nascono dallo stesso desiderio: continuare a dare voce a ciò che rischia di perdersi.
Alla fine, rivedendo il film e parlandone con il suo autore, anche la mia esperienza si è trasformata. Se la prima volta mi ero sentito spiazzato dalla lentezza, adesso capisco che proprio in quella lentezza sta il senso. “Canone effimero” non corre, chiede di rallentare. Chiede di ascoltare: un atto di resistenza, in un tempo che accelera tutto.
Giovanni Teodori