30/08/2025

MARE DI SABBIA, ROTTA D'ORO

MARE DI SABBIA, ROTTA D'ORO

«Ehi, stiamo mangiando perfino le tavole?», dice Iulo. — Virgilio, Eneide VII, 116

Questa citazione non appartiene al film: è la chiave di lettura che propongo per entrarci. La soglia è qui: quando fame e fatica cominciano a mangiare i supporti della vita. In “La Montagne d’or” ogni valore si misura in unità elementari: litri d’acqua, metri di galleria, giorni lontani da casa. L’oro esiste, brilla come briciola nel palmo, ma il prezzo vero è tempo e corpo.

Roland Edzard stabilisce un patto semplice e decisivo: «Moussa mi dice “con te non lavoro, perdo soldi”. Allora abbiamo fatto un accordo: facciamo il film come un lavoro, diventate attori e io vi pago i giorni»; perché «dovevano essere eroi della propria storia», senza spettacolarizzare la miseria. Siamo nel Nord del Niger, prima del recente golpe, in tempi di corsa all’oro; campi base mobili, piste che si aprono e si cancellano, taniche contate, pick-up di acqua e pietre. I protagonisti sono Moussa e un gruppo di giovani hausa venuti dal Sud per trovare l’oro. Da qui la scelta del reenactment: rifare episodi reali, pagando il tempo, e lasciando ai cercatori la guida del racconto.

Il cuore di tutto è l’acqua. La rissa per essa nasce da un episodio vero e viene rimessa in scena sul campo, «era poca quella che avevamo, durante il reenactment il pericolo era reale», dice Edzard; «se versiamo l’acqua nella sabbia, moriamo tutti», grida Moussa frenando l’escalation. Nel Sahara vale una regola secca: no water, no life.

Intorno, la logistica è una trama: «non ti muovi senza i Tuareg: conoscono strade e territorio». È un capitalismo elementare: «l’oro è un valore astratto; il forte può essere chi vende gli attrezzi e i servizi — acqua, benzina, passaggi — più di chi trova la vena».

A volte il rischio non viene messo in scena per scelta registica, ma pesa sul set: coupeurs de route (predoni) che aleggiano sulla trama degli eventi, convogli, scorte. «Avevo una scorta; ed era stata attaccata prima del mio arrivo: scortava un convoglio d’oro e gli hanno rubato tutto»; sul terreno «erano quindici uomini; in una situazione di costante stress per l’acqua; una volta la scorta ha preso acqua ai minatori».

L’epica è mediterranea e dichiarata. «Sul camion sembrava di essere in mare: tutti su una barca nel deserto. Volevo farne un’odissea», dice Edzard. La forma è una rotta di approdi provvisori (i campi) e ripartenze (le voci di una vena “poco più in là”); il nostos (ritorno nell’epica mediterranea) è spesso rimandato.

La mia citazione virgiliana nomina la penuria. “Mangiare le tavole” vuol dire consumare anche gli appoggi minimi: acqua, sonno, legami familiari. Vediamo un panorama abbacinante nella sua luce e nella sua aridità, vediamo riso ingurgitato con disperato appetito, stanchezza che mangia i corpi, distanza che mangia il ritorno. Il film cerca la dignità dei legami più che lo spettacolo della privazione. «Dopo tre settimane nel deserto hai solo riso, quando torni e c’è carne, è felicità» dice Edzard; che voleva «far vedere come poco basta» e «farli vincere: anche se l’oro è poco, è la vittoria di un lavoro lungo». In sala la senti: «la carne è succulenta, ti resta in bocca». Ma il conto resta crudele: l’oro è poco perché la resa è minima (circa 2 g ogni 150 kg di pietre), l’acqua decide la continuità del lavoro e la logistica si paga a ogni viaggio: se la pietra non rende, il pick-up può non tornare: «A volte è accaduto». Il resto sono chilometri e attese. Quando la macchina non torna, arrivano i racconti di cammino: acqua poca, nessun pick-up; tre giorni a piedi per trovare un’altra pista; si arriva distrutti, quando si arriva.

Il sistema è totalmente capitalistico: «si tratta duro e si divide in molti modi: 50/50 col patron; oppure paga e vitto; o gruppi autogestiti come Moussa». È un’economia di patti e servizi: logistica pura; acqua, benzina, carichi, ripartenze.

La forma segue un’etica che Edzard esplicita con chiarezza «Non volevo prendere una posizione morale, dire “buoni” e “cattivi”». La camera sta addosso ai corpi senza invaderli; evita folklore e spiegazioni; lascia che siano vento, sabbia, fiato a dare senso ai gesti. È «come mettere in scena la violenza vera dell’ambiente».
C’è anche l’urgenza: «sentivo che la finestra era adesso: dopo l’ultimo golpe forse per vent’anni nessuno potrà filmare lì». E un posizionamento chiaro: «da bianco in Africa è complesso; oggi il pubblico vuole storie raccontate da autori africani». Nel lavoro quotidiano, però, «con loro non ero più “il francese”: ero un essere umano».

Accanto al reale, affiora un senso mistico: la Notte del Destino di Ramadan (la notte più sacra del Ramadan), l’immaginario dei jinn (spiriti della tradizione islamica), la paura al calar del sole davanti a un cimitero di pietre, «perfino io, francese “illuminista”, a un certo punto, ho sentito paura».

Il film tocca il tema del movimento ma qui non è emigrazione oltremare: è migrazione interna (si parte dal Sud del Niger e si risale verso i campi nel deserto), un’andata/ritorno condizionata dall’oro e dall’acqua. Il ritorno a casa non è garantito: dipende da quanto riesci a mettere insieme. «È difficile tornare a mani vuote: il viaggio costa; nessuno ti carica gratis. Così qualcuno si perde», dice Edzard. Quando Roland allarga lo sguardo all’Europa, parla di un’altra scala, ma di sentimenti simili: «gente che arriva convinta di tornare da re; la realtà è che non hai i soldi per tornare; ti fermi; a volte alcol e droghe; stazioni del centro». La vergogna del mancato ritorno la conosciamo: un secolo fa anche molti europei, quando non “sfondavano” oltreoceano, evitavano di rientrare e svanivano nelle metropoli americane.

“La Montagne d’or” tiene insieme lavoro (scavare, setacciare, caricare) e comunità (pregare, dividere, dormire, ricominciare). «Quando stai a lungo senza famiglia, solo nel deserto, rischi di dimenticare chi sei; pregare insieme è un rito che mantiene la civiltà.»

Edzard parla di un Sahara che in Europa quasi non vediamo: nei nostri media arrivano milizie, rapine, conflitti; manca la vita quotidiana dei campi d’oro del Nord Niger — come si lavora, come ci si sposta, come si condivide l’acqua. «Volevo rendere preziosa la loro vita», dice. E chiarisce anche la sua immagine guida: «Sul camion sembrava di essere in mare: tutti su una barca… quasi migranti. Volevo farne un’Odissea».

C’è uno sguardo registico che allude anche all’Occidente: il deserto come spazio remoto, «si va a cercare oro come se si andasse su Marte» e una premonizione: luoghi senza acqua, terra spaccata dalla calura e pietra rovente, il rischio di desertificazione dell’Europa Meridionale.

La fiducia non nasce a tavolino ma attraverso tempo condiviso e prossimità: «Sono arrivato senza camera, ho spiegato il progetto, sono tornato; poi tre-quattro volte ancora; oggi ci scriviamo e lavoriamo insieme; siamo amici». Così il campo dei cercatori d’oro smette di essere solo rappresentazione filmica: diventa voce e tempo condiviso. Davvero.

Giovanni Teodori

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